Film d'autore

“UN AFFARE DI FAMIGLIA” da Giovedì 05 a Domenica 09 . The End

IL MAESTRO DEI RAPPORTI FAMIGLIARI ELEVA IL SUO LINGUAGGIO CON UN’AMARA ANALISI DELLE DISUGUAGLIANZE SOCIALI. E DIVENTA UN CLASSICO VIVENTE.
Ma Un affare di famiglia percorre solo in apparenza binari antichi, nascondendo una differente declinazione della materia, che guarda al sociale come l’autore non faceva dai tempi di Nessuno lo sa. In un’opera brutalmente separata in due atti, che lavora molto sul dialogo con lo spettatore. Il primo segmento sembra esaudire appieno le aspettative di quest’ultimo, introducendolo a un gruppo di ladruncoli che, per interesse prima e per affetto poi, si ritrova a festeggiare un colpo, simulando di avere dei rapporti effettivi di parentela. Tutto sembra procedere nella direzione più attesa, sino alla svolta narrativa che riapre il vaso di Pandora e rimette tutto in discussione. “Buoni”, “cattivi”, giusto e sbagliato, diventano concetti ribaltati sullo spettatore e sui suoi dubbi, con una padronanza della narrazione – già intravista nel “rashomoniano” The Third Murder – che guarda al relativismo di Kurosawa Akira, ancor più che al consueto termine di paragone di Ozu.

Non so bene perché, ma questo film di Kore’eda Hirokazu mi ha spinto a interrompere un silenzio che durava ormai da parecchi mesi e che, via via, diventava sempre più difficile superare.
“Un affare di famiglia” (traduzione non particolarmente felice del titolo internazionale “Shoplifters”) mi è parso un lavoro  stimolante e molto ben interpretato che propone uno spaccato particolare della società giapponese e dei suoi interstizi marginali.
All’interno di un modello ipertecnologico e postindustriale, segnato da solitudini, patologie individuali e di coppia e indifferenza,  sopravvive un nucleo formato da sei persone, che vive in uno spazio ridottissimo e fatiscente, a ridosso di edifici moderni e cantieri, una “famiglia” formata da persone che non sono legate tutte da vincoli di parentela, ma che si prendono cura uno degli altri salvaguardando uno spazio di relazioni ed affetti che i nuclei famigliari convenzionali sembrano avere smarrito. Questa “famiglia” sottoproletaria, che vive di espedienti (dai furti nei negozi ai lavori in un negozio “a luci rosse”) accoglie  due minori abbandonati che trovano al suo interno una nuova appartenenza e legami più caldi e meno impersonali. Come a dire che solo un’esperienza di devianza può generare valori positivi  se l’assetto sociale imperante è di fatto  spersonalizzante e basato su ideologie competitive e consumistiche.
La narrazione di Kore’eda non è manichea, non  ci propone un ritratto agiografico della famiglia Shibata, ritratta efficacemente nelle sue ambiguità e nei suoi slanci. Il film è pieno di sequenze intense, di primi piani che inquadrano volti e corpi, momenti di tenerezza e piccole miserie quotidiane, la difficoltà dei minori a chiamare “papà” o “mamma” gli adulti che si prendono cura di loro, un’escursione di gruppo sulla spiaggia, l’irruzione della legge che scompagina l’organizzazione famigliare e restituisce i minori ai loro nuclei di origine.
Un’opera  bella e girata con grande sensibilità, che si avvale di un cast eccellente, vincitrice meritatamente della Palma d’oro del 2018 a Cannes.